“Il CE, moto di resistenza educativa”

Il tre è il numero perfetto, quindi non si può negare una buona dose di attesa da parte degli organizzatori per questa terza edizione del CantierEducare, a partire dal “papà” del CE, Mario Schermi, presidente del collegio formatori della LUdE – Libera Università dell’Educare e formatore della Direzione Generale della Formazione (Ministero della Giustizia).

Mario, cosa ci dobbiamo aspettare di nuovo in questa edizione 2018 del CantierEducare, dedicata all’Educazione Civile?

«Nessuna grande novità, piuttosto una costante, convinta e cocciuta intenzione di ribadire le ragioni dell’educazione a fronte della contemporaneità in cui viviamo. Perché cambiano i temi, le questioni, i nomi degli ospiti coinvolti ma rimane intatta, nella LUdE e nella Fondazione Cariparma,  l’intenzione di continuare a confrontarsi con i professionisti e con la società sulla questione educativa. La sensazione è che su questo fronte si assista a un costante deterioramento dell’attenzione. Insegnanti, genitori, opinion leader, politici, amministratori insomma chiunque abbia, a vario titolo, responsabilità educativa, molla. È una valanga che dobbiamo provare ad arrestare, perché le storie di molti ragazzi raccontano di vuoti educativi enormi ed è sempre peggio. Il lavoro del CantierEducare è un moto di Resistenza per riaffermare una responsabilità educativa che appartiene a tutti gli adulti in generale e ai professionisti dell’educazione in particolare».

Qual è la richiesta più diffusa da parte degli operatori dell’educazione?

«In assoluto chiedono tecniche e metodi efficaci per il lavoro educativo. La verità è che tecniche e metodi validi in tutti i contesti non ne esistono e l‘unico modo per sopperire a questa richiesta di strumenti e metodologia è far crescere la coscienza pedagogica, certamente difficile da attrezzare ma che non può essere sostituita da nessuno strumento».

Perché il tema dell’educazione civile è al centro di questa terza edizione del CE?

«A 70 anni dalla promulgazione della Costituzione Repubblicana, oggi sull’educazione civile non ci lavora nessuno: né la famiglia, né la scuola, né la società. È un’area della responsabilità educativa che nessuno occupa né vuole occupare. Nessuno educa a diventare bravi cittadini. Una volta l’educazione civile stava nel gioco dei passaggi generazionali: un buon padre di famiglia insegnava al figlio a diventare una brava persona, a rispettare la comunità in cui cresceva, lo stesso facevano gli insegnanti e un consistente nucleo di “educatori civili” non organizzati ma che funzionavano. Così si cresceva con questo bagaglio di valori e attenzioni. Oggi l’educazione civile è sparita dagli orizzonti educativi perché l’interesse prioritario di genitori e insegnanti è trasmettere facili informazioni per un verso, dall’altro diffondere un’etica individualista, arrampicatrice. Si tratta di un lavoro per il disimpegno che non ha grande riscontro nella nostra storia: l’Italia post bellica era un paese in cui l’attenzione per l’educazione da parte dell’attivismo politico era alta, gli adulti se ne facevano carico, educando i giovani all’importanza della cosa pubblica, incontrandoli e ragionando con loro sul bene comune. Oggi non esistono esperienze di questo tipo, se non molto piccole e limitate. L’avvento dell’era post ideologica si è portato dietro l’incapacità di rappresentare il futuro e l’educazione è proprio la capacità di reinterpretare il futuro a partire dalla nuove generazioni. Se la speranza di futuro è più labile, meno definita, post ideologica, inevitabilmente anche l’educazione subisce un contraccolpo».

Allora dobbiamo dedurre che l’educazione sia tramontata insieme alle ideologie?

«No, perché chi cresce ha sempre bisogno di capire in che senso e direzione crescere, anche se si dovesse profilare, come si sta profilando, una civiltà post ideologica, nichilista, fortemente condizionata dai mass media e dalle nuove tecnologie, occorre un’educazione capace di sfidare e affrontare queste questioni».